Giovedì, Settembre 09, 2010
   
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Il condensatore dei toni: la parte piu piccola della chitarra

condensatori_smallNello scasso dei potenziometri della chitarra alloggia un piccolo condensatore: è la parte più piccola del nostro strumento.
Per valutare una chitarra con cura è senza dubbio fondamentale soffermarsi ad analizzare con attenzione legni, pickup e hardware, tuttavia anche questo piccolo componente è di importanza tutt’altro che irrilevante.
Il condensatore ha la funzione di interagire con il potenziometro dei toni per creare un filtro che lascia passare le basse frequenze tagliando i toni alti man mano che la manopola viene chiusa. Il valore di capacità del condensatore, misurato in microfarad (ovvero milionesimi di Farad, o uF), determina la soglia al di sopra della quale le frequenze vengono tagliate.
La regola pratica è che i condensatori con capacità maggiore hanno una soglia più bassa e tenderanno cioè a tagliare un maggior numero di frequenze alte creando un suono più cupo quando il potenziometro viene chiuso; al contrario i condensatori con un valore di capacità inferiore tagliano solo frequenze più alte e permettono di ottenere un suono più brillante anche con manopola dei toni quasi chiusa.
I condensatori usati nei circuiti del tono delle chitarre hanno valori solitamente compresi tra gli 0,02 ed i 0,05 uF: ad esempio le Gibson (Les Paul, 335 e derivati) montano condensatori del valore di 0,022 e le Fender sono dotate di condensatori di 0,047 uF.
Questo perché solitamente le chitarre Fender hanno acuti più taglienti rispetto alle Gibson e dunque quando si agisce sulla manopola dei toni necessitano di un taglio di frequenze più drastico.
condensatori
I condensatori recano anche un valore espresso in Volt che indica la tensione che il componente è in grado di sopportare; questo valore però è trascurabile nel circuito dei toni di una chitarra elettrica, dove la tensione non supera i 0,3 V. Tuttavia le case costruttrici adottano comunque condensatori tarati dai 25V in su, anche perché il costo è pressoché identico e alcuni costruttori adoperano i medesimi componenti nei circuiti degli amplificatori, dove ovviamente il voltaggio è un fattore di estrema importanza.
Generalmente i condensatori tarati per sopportare un maggiore voltaggio hanno maggiori dimensioni ed hanno una più estesa superficie, garantendo una sonorità più morbida e “naturale” rispetto ai più piccoli condensatori tarati per tensioni inferiori.
Le vecchie Les Paul avevano condensatori da 0,022 uF da 400 V, mentre in Telecaster e Stratocaster anni ’50 troviamo condensatori da 0,050 uF con un voltaggio di 630 V.
Questi valori nominali però sono soggetti ad un grado di approssimazione espresso con una percentuale di tolleranza; naturalmente i condensatori più economici sono soggetti a tolleranze più ampie e possono allontanarsi dal valore nominale anche in misura del 20% sia in difetto che in eccesso, mentre i condensatori “hi end”, che solitamente vengono adottati nella componentistica hi-fi, rientrano generalmente in un 5% di tolleranza rispetto al valore nominale.
Ciò significa che se si paragonano due chitarre virtualmente identiche che montano entrambe un condensatore dal valore nominale di 0,02 uF con tolleranza di + o – 20%, potrebbe capitare di riscontrare in una chitarra un valore effettivo di 0,024 e nell’altra un valore di 0,016.
Nella pratica questa discrepanza del 40% diviene apprezzabile ad orecchio; dunque alcune differenze che vengono talora percepite tra chitarre dello stesso modello e della stessa epoca, solitamente imputate ai pickup o ai legni, potrebbero in realtà dipendere, almeno in parte, proprio dal condensatore dei toni.
Un piccolo segreto che si nasconde dietro il magnifico suono delle chitarre vintage anni ‘50 è che queste chitarre montavano condensatori di alta qualità realizzati in carta cerata e lamine metalliche o in polipropilene.
Naturalmente non bisogna illudersi che sostituendo il condensatore ad una chitarra coreana costruita con un patchwork di multistrato e pickup di bassa lega, si possano ottenere le sonorità di una Stratocaster “slab board” del 1961 alla Rory Gallagher; stiamo parlando pur sempre di un condensatore e non di un fattore determinante come un pickup o un amplificatore.
E’ altrettanto vero però che quasi sempre le chitarre attuali montano, anche nei più costosi modelli di punta, condensatori di scarsissima qualità: i piccoli dischi ceramici a forma di lenticchia che troviamo saldati ai potenziometri dei toni.
Anche il segnale di un’ottima chitarra con pickup di alta qualità viene indubbiamente penalizzato se passa attraverso componenti scadenti!
I condensatori generalmente usati in applicazioni audio sono i cosiddetti film/foil, costituiti da due lamine di un metallo conduttore che fungono da elettrodi, separati da un materiale isolante.
I più apprezzati dagli audiofili sono i condensatori con lamine metalliche (principalmente alluminio, latta, rame o argento) isolate da carta e olio, sebbene i condensatori al polipropilene e lamina di latta (polypropylene and tin foil caps) costituiscono un’ottima alternativa in quanto sono facilmente reperibili e più economici, sono più affidabili e godono di migliore stabilità alle differenti temperature, di una maggiore aderenza alle specifiche (minore tolleranza) ed hanno dimensioni più ridotte che ne semplificano l’impiego.
condensatore Strato
Le Gibson 335 e Les Paul vintage ad esempio, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, montavano condensatori con isolanti al mylar, nome commerciale (brevettato dalla DuPont) di una pellicola di poliestere simile al cellophane ma particolarmente resistente e con straordinarie qualità di isolante e capacità di resistenza al calore.
Ma sorge il dubbio di quanto effettivamente questo piccolo componente possa influenzare nella pratica il suono della nostra chitarra al di là di preconcetti e teorie.
Per “toccare con mano” (o meglio con orecchio!) quanto ci sia di vero in queste speculazioni, con i fidi “guitar maniacs” Ernesto Noya e Gianni Bucci abbiamo organizzato un interessantissimo esperimento: un “blind test” per confrontare la resa di differenti condensatori senza condizionamenti di pregiudizi o “simpatie estetiche”.
L’ingegnosissimo Ernesto ha ideato e costruito una scatoletta munita di un selettore a 6 posizioni all’interno della quale erano nascosti altrettanti condensatori con differenti caratteristiche e di differenti epoche. La scatoletta è stata collegata al controllo dei toni di una Telecaster in maniera che ad ogni posizione del commutatore entrasse in azione un differente condensatore consentendo un confronto rapido e diretto.
Naturalmente la prova è stata organizzata in maniera tale che nessuno sapesse quale condensatore fosse selezionato in un determinato momento e mantenendo rigorosamente invariati regolazioni dell’ampli e fraseggi chitarristici. Dopo un primo giro di “warm up” appaiono subito evidenti alcune rilevanti differenze.
In teoria la differenza di suono tra due condensatori può essere apprezzata solo quando si chiude la manopola dei toni, ma in realtà abbiamo potuto riscontrare che la differenza è assolutamente sensibile anche con potenziometri al massimo. Questo probabilmente accade perché nella pratica anche quando il potenziometro è “a manetta” filtra sempre in minima parte il suono, interessando inevitabilmente il condensatore.
Ad ogni modo, per enfatizzare e percepire al meglio le differenze, la manopola del tono è poi stata chiusa di circa un terzo della corsa.
Ad ogni successiva rotazione del commutatore le differenze andavano delineandosi con maggiore chiarezza e, al di là di gusti soggettivi appariva unanimemente inequivocabile che i condensatori in posizione 1, 5 e 6 suonassero decisamente meglio degli altri tre e che il condensatore 3 in particolare fosse decisamente il peggiore di tutti.
In particolare il condensatore 1 vantava una gamma di frequenze più estesa, con acuti definiti; il 3 suonava “schiacciato”, con una gamma di frequenze misera e scarsa definizione, il 5 (il mio preferito) pur mantenendo una ricca escursione di frequenze suonava più aggressivo e “ruvido” con un tocco di calore dato da un piacevole arrotondamento delle frequenze alte e toni medi leggermente attenuati; il condensatore 6 era piuttosto simile al primo con ampia gamma di frequenze e risposta molto pulita, lineare e trasparente. Aprendo la scatoletta, con piacevole sorpresa, le nostre impressioni auditive hanno trovato il totale conforto della tecnica audiofila, a conferma della fondatezza delle teorie.
Alla prima posizione del commutatore della scatoletta era collegato un condensatore italiano al polipropilene di ottima fattura; il condensatore 3, ahinoi era proprio una famigerata lenticchia, il dischetto ceramico che si trova nella quasi totalità delle chitarre odierne; il 5 era un condensatore vintage al mylar, in tutto simile ai leggendari Sprague “Bumblebee” e “Black Beauty” montati nelle Gibson anni ’50; il 6 era un Hovland, blasonato condensatore americano al polipropilene con lamina metallica impiegato nell’ Hi-Fi. Nella posizione 4, dal suono piuttosto anonimo, era collegato un famoso Sprague “Orange Drop”, condensatore al polipropilene a buon mercato, di facile reperibilità, molto diffuso per la riparazione della componentistica Hi-Fi e degli amplificatori per chitarra.
Da questa esperienza si deduce che effettivamente il condensatore non è un elemento da trascurare: purtroppo i dischi ceramici a lenticchia adottati pressoché universalmente dalle case costruttrici per motivi economici sacrificano la qualità timbrica dello strumento e limitano drasticamente l’impiego della manopola dei toni.
I condensatori al polipropilene da Hi-Fi (Hovland, Axial, SCR) garantiscono decisamente una scelta ottimale quando pulizia, brillantezza, definizione ed ampiezza di frequenze sono la nostra priorità, ma potrebbero risultare un po’ “asettici” se ciò che cerchiamo è un tocco di calore “vintage”. In questo caso i vecchi “mylars” come gli Sprague Bumblebee, gli Sprague Black Beauty o i Cornell Doubilier Black Cat, rimangono una scelta insuperata in quanto aiutano a produrre quella timbrica pastosa e ricca che probabilmente non è il massimo della pulizia ma “gioca in casa” nel circuito dei toni di una chitarra. Molto apprezzati sono anche i condensatori Jensen “copper foil” a carta e olio con elettrodi in rame, ma le grandi dimensioni di questo componente non sempre consentono un agevole alloggiamento nello scasso dei potenziometri.
Dunque il consiglio è quello di sperimentare diverse soluzioni; un buon metodo per testare diversi condensatori è collegarli uno alla volta ai potenziometri dei toni con due fili e un paio di pinzette a coccodrillo in maniera da poter paragonare rapidamente diversi componenti e trovare quello che ci convince maggiormente. Quantomeno sarà un modo di aggiungere un ulteriore tocco di personalità al nostro suono.

Collaborazione di lusso che risale al 2002 tra il chitarrista/vocalist Tommy McCoy e il mago dell’Hammond B3 Lucky Peterson in questo disco davvero intenso che portava il blues verso altri orizzonti. Nei 15 brani inclusi in “Lay My Demons Down” i due catturarono su disco tutta la padronanza virtuosistica degli strumenti e la straordinaria vitalità ed eccitazione delle loro performances tenute in ogni parte del globo. Registrato nei leggendari Kingsnake Studios e prodotto da Rock Bottom, fu un grandissimo successo, adesso ristampato su Blues Boulevard.

Robi Zonca non è uno di primo pelo. Ha suonato la chitarra come sideman in tanti dischi di svariati artisti italiani, e per una decina d’anni è stato nella band di un bluesman americano che in Italia è di casa, ovvero Andy J. Forest. Nel 2003 si è finalmente deciso a fare la svolta solista e ha prodotto il suo primo cd, Do you know?, seguito nel 2005 da You already know e nel 2006 da Magic box. Nel 2007 Robi dà alle stampe questo ultimo sforzo dal titolo Rebel!

Bob Cillo da Bari e Marco Del Noce da Roma hanno dato vita al progetto Dirty Trainload, un duo nu-blues (?) influenzato dalle produzioni Fat Possum, dal Delta e North Mississippi Hills blues, ma anche da un manipolo di trasgressori del rock come Suicide (prima generazione di new wave sperimentale newyorkese), Gun Club e Stooges. Bob suona la chitarra e armeggia con loop e drum machine, mentre Marco canta e suona l’armonica. I due infilano qua e là percussioni e rumori vari. Rising Rust è il loro primo disco.

Michele Lotta è noto ai blues fans italiani per essere l’armonicista e cantante dei King Biscuit Time, band messinese sulle scene dal 1993 con due ottimi album all’attivo.
Garden State è il frutto dell’amicizia e collaborazione tra Michele e il musicista americano Joe Coco, realizzato tra il New Jersey e l’Italia con la partecipazione di musicisti americani e siciliani. E si tratta del sedicesimo (!) disco insieme in meno di dieci anni: una partnership più che rodata dunque!

Ho conosciuto il chitarrista J. Sintoni verso il 2002 quando aveva formato un eclettico duo acustico, Beer Soaked Gittars ed inciso in compagnia di un altro chitarrista, Mr.Banana il cd omonimo che ebbi modo di recensire in modo positivo tra l’altro anche per il sito Blues and Blues.
Ora lo ritrovo in tutt’altra veste, titolare di un trio elettrico e di un cd, The Red Suit, uscito nell’aprile 2007, autoprodotto e forte di dodici brani originali.
J.Sintoni è un musicista di Cesena trapiantato in Toscana dove si è fatto subito conoscere nella scena blues anche grazie a due partecipazioni al Festival Blues di Pistoia; ma anche a livello internazionale le sue doti di chitarrista creativo e sfaccettato sono note.

jumpin'up - buonasera signorinaPer tutti gli appassionati del Jumpin' Jive ecco a voi il nuovo CD dei Jumpin'up.

"Buonasera Signorina" è il titolo del Cd, e vuole fare onore a tutti i compositori italiani degli anni '40 e '50 che traevano la loro ispirazione dalla musica americana e diedero le basi allo swing italiano. La playlist è fatta da classici americani ed italiani.


“KUSIWAN” nuovo cd del chitarrista argentino Gabriel Delta e i fidi Hurricanes, insieme a suo fratello di sangue e musica il batterista Fernando “Conejo” Trombetta ed al bassista Andrea Garavelli. Registrato interamente a Vercelli presso lo studio “KMP” di Paolo Baltaro il qualle ha contribuito con le sue tastiere alle registrazioni. Il mastering del disco è stato fatto presso lo studio Andres Mayo MASTERING&DVD, a cura di Fabian Prado e Andres Mayo in Buenos Aires-Argentina.

Roberto Testini, per il suo progetto musicale Caffé Espresso - blues latino made in Italy, si aggiudica l’OSCAR DEL MEDITERRANEO 2007
Gran Premio Internazionale al Merito delle Attività Artistiche, Musicali e Culturali, ”premio attribuito a insigni personalità del mondo artistico e culturale che, con la loro opera, hanno contribuito allo sviluppo economico e sociale del nostro Paese e all’accrescimento della cultura artistica italiana all’estero”.
Il cd Caffè Espresso è stato trasmesso da oltre 100 emittenti radiofoniche americane, oltre che in Australia, Francia, Germania, Danimarca e Italia. Un altro premio per questo cd che si aggiunge al PREMIO SIAE 2004 come miglior progetto musicale dell’anno “per la ricercatezza e le energiche sonorità che fanno del progetto Caffé Espresso un prodotto dalle ottime qualità espressive”.

bennici_1Gai Bennici è un chitarrista agrigentino sulla scena musicale dalla fine degli anni '80: sicuramente una delle carriere più longeve nell'ambito del rock-blues siciliano. Assestatosi sulla formula del trio (i suoi accompagnatori sono Alberto Parla al basso e Angelo Spataro alla batteria), Bennici propone un rock con salde radici nel blues, collocandosi chiaramente nel solco della tradizione che da Jimi Hendrix porta a SRV ma mostrando un tocco e un approccio alla materia decisamente personale.

Abbiamo gia' parlato di Angelo Rossi e del suo blues . Conferma di quanto avevamo dedotto dai due precedenti lavori e dalle recensioni sulle riviste specializzate l'abbiamo avuta lo scorso luglio al Festival di Capo d'Orlando, dove abbiamo potuto rilevare come lo sguardo di Angelo Rossi sia attualmente rivolto verso le North Mississippi Hills, a meta' strada tra il country shack di Fred McDowell e quello di R.L. Burnside. Adesso Angelo viene fuori finalmente con un disco di brani originali (piu' una cover), dimostrando di avere davvero trovato la sua via personale al blues. Talmente personale che, ascoltando le undici tracce, non vengono facilmente in mente riferimenti precisi ad altri musicisti per descrivere la sua musica. L'unico riferimento certo e' il Mississippi, le sue pianure polverose, il suo caldo, i quartieri periferici desolati delle sue citta'. Ma che si tratti di BLUES (anche in assenza, spesso, delle classiche dodici battute) non c'e' alcun dubbio.

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