Mercoledì, Settembre 08, 2010
   
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Giuseppe Orlando e il NociveLab

whiteheadQuanto segue è il resoconto fedele di una chiacchierata di quasi tre quarti d’ora con Giuseppe Orlando, patron del NociveLab. Catanese d.o.c., Orlando costruisce piccoli-grandi gioielli per gli amanti della chitarra e del suono valvolare. Inoltre ripara, modifica e mette a punto chitarre e ampli. Io l'ho conosciuto un paio d'anni fa durante un Second Hand Guitars a Milano, e meditavo da tempo di conoscere meglio lui e i suoi prodotti. L'occasione me l'ha data una visita al suo laboratorio ai piedi dell'Etna, dove mi ha risolto un problema tecnico con un vecchio ampli e dove, soprattutto, ho avuto il piacere di conoscere il suo modo di lavorare.
Per i dettagli e le caratteristiche dei vari prodotti di Orlando andate a visitare il suo sito: qui è soprattutto dell’uomo che parleremo, delle sue scelte e del suo approccio alla costruzione di strumenti che obbediscano ad alcuni criteri ben precisi, tra i quali mi sono sembrati determinanti i seguenti: originalità (ovvero non essere copia di qualcosa già presente sul mercato), e alta qualità (sonora e costruttiva).

 

giuseppeorlando

Come nasce Giuseppe Orlando? Diplomato alla Scuola RadioElettra, musicista con il pallino del fai-da-te, ingegnere elettronico...?
La seconda che hai detto! All’inizio suonavo la chitarra acustica, per poi passare al basso in una band (i Turn), che ha anche inciso alcuni dischi nei primi anni '90. Dato che avevo una certa manualità, ben presto ho cominciato ad appassionarmi alla liuteria e a smanettare sugli strumenti a corda prima miei, poi degli amici: solo messa a punto di manici, capotasti e ponticelli, niente parte elettronica. Ad un certo punto un amico mi regalò per il compleanno l’abbonamento alla rivista Nashville, e allora a poco a poco - con l’aumentare dell’entusiasmo e delle conoscenze tecniche - quello che era solo un hobby cominciò ad assumere vagamente l’aspetto di una possibilità di lavoro. In questo un ruolo fondamentale l’ha avuto Roberto Pistolesi.

Ecco, è noto che la tua formazione definitiva è iniziata appunto presso questo guru toscano di chitarre ed ampli. Come è successo?
Verso la fine dell’89, costruite un paio di chitarre e conosciuto - tramite Nashville - Roberto, lo chiamai chiedendogli di potere trascorrere da (e con) lui un po’ di tempo. Il mio scopo era allora quello di imparare a costruire sul serio una buona chitarra elettrica. I consigli di Roberto, e soprattutto le chiacchierate sulla possibilità di farne un mestiere (a quei tempi ero rappresentante di una ditta di prodotti dolciari, e me la passavo pure discretamente!), mi diedero la spinta definitiva. Però mi resi conto ben presto che, per costruire una buona chitarra elettrica, bisogna sapere qualcosa anche dell’altra metà di questo strumento, ovvero l’amplificatore. Il primo passo fu di chiedere a Pistolesi di insegnarmi a riparare un ampli. Io avevo un Binson 40W valvolare (ancora oggi in un angolino del Nocive Lab, ndr) messo male: lo aprii e cominciai a lavorarci.

Ma il tuo background elettronico era ancora scarso, no?
Assolutamente sì, infatti Roberto mi disse di studiare. Presi un paio di testi di elettronica per le scuole superiori, frequentai un insegnante catanese dell’istituto industriale che mi aiutò a capire le cose più difficili, e in capo a qualche mese il Binson era di nuovo in ottima salute! Dopotutto si trattò di imparare una serie di concetti-base (tipo legge di Ohm con annessi e connessi) e di studiare il funzionamento dell’amplificazione a valvole, che in sé è una cosa piuttosto semplice e rimasta pressoché immutata - nelle sue linee essenziali - da sessant’anni a questa parte. La cosa importante era avere un’idea precisa, scegliere un progetto e applicare i principi dell’elettronica per portarlo a termine. Pensai che un buon inizio per costruire uno stadio di amplificazione a valvole poteva essere un pedale: e così il primo progetto serio, che diventò anche il primo prodotto del Nocive Lab, è stato il Brilliance Unit. A quel punto cominciai a lavorarci qui a Catania, con calma e prendendomi tutto il tempo necessario... anche perché le cose le imparavo strada facendo, grazie alle riparazioni degli ampli che arrivavano qui al laboratorio e alle visite periodiche da Roberto. D’altronde Pistolesi non stava lì ad insegnarmi le cose, per lo meno non in modo tradizionale: lui diceva "stai qui, guarda quello che faccio ma non chiedermi come e perché lo faccio. Questo devi capirlo da solo, sulla base di ciò che hai studiato e di ciò che acquisisci giorno per giorno". Questo, se da un lato ha comportato un progresso relativamente lento, dall’altro mi ha insegnato moltissimo ad aguzzare l’ingegno, e a risolvere problemi di costruzione e/o riparazione ricorrendo ad esempio a materiali poco ortodossi (che so, pezzi di ricambio acquistati dal ferramenta o parti fatte costruire dal tornitore) invece di ricorrere ai ricambi fatti in serie (e qui da noi spesso scarsamente reperibili), magari non perfettamente adatti ai miei scopi.

Questo ti ha permesso di crescere e ti ha dato lo stimolo per fare cose nuove, no?
Certo. Il Brilliance Unit mi ha preso ben due anni, ma - essendo un vero e proprio piccolo amplificatore con tre valvole - , mi ha insegnato a fare quello che è venuto dopo, cioè un vero ampli per chitarra. Non solo, già lì ho adottato quell’approccio informale e poco tradizionalista di cui parlavo, che mi ha portato tra l’altro a scegliere per lo stadio di potenza una 3A5, un doppio triodo usato nelle radio delle Jeep militari (una valvola certamente poco nota e poco diffusa, sulla quale i vari data sheet disponibili dicono poco o nulla, ndr). Ovviamente, visto che imparavo man mano che procedevo, la realizzazione è durata un sacco: non solo facevo degli errori che poi dovevo necessariamente correggere, ma volevo che il progetto fosse realmente originale, non un assemblaggio di pezzi altrui. Ho fatto fare da una piccola ditta su mie specifiche una quarantina di trasformatori di uscita (uno degli elementi-chiave nell’amplificazione valvolare) prima di trovare quello adatto!

Perché? Costa di meno farli fare piuttosto che usare quelli disponibili sul mercato?amps
Macché, semmai costano di più. Il fatto è che la pura teoria, che ti suggerisce di usare il trasformatore y in un circuito x, non è sufficiente: se vuoi ottenere un determinato risultato, e fare al contempo qualcosa di unico e originale, devi creare tu stesso ciò che ti serve e non limitarti ad utilizzare qualcosa fatto per un uso generico diverso dal tuo. Per non dire poi della possibilità che questo modo di procedere mi ha dato di conoscere a fondo le relazioni intime tra le parti di un trasformatore (il ferro, le spire, il diametro e la qualità del filo di rame, ecc.) e di capire come tutto questo suona, che è poi l’aspetto fondamentale e che ha guidato le mie scelte finali. La teoria e la tecnica ti sostengono, ma è poi il test su strada che ti guida e che ti indica la strada da percorrere per raggiungere il tuo obiettivo.

E dopo il Brilliance Unit?
Dopo è stata la volta del Moby Dick. Maggiore potenza, problemi nuovi da affrontare, anche lì con l’approccio "sbaglia e impara", anche se chiaramente l’esperienza del pedale mi ha aiutato enormemente. Il primo problema è stato la scelta delle valvole finali. Mi sono costruito un piccolo amplificatore single-ended su cui capire - sia pure con tutti i limiti del caso - il carattere dei vari tipi di valvola: un circuito semplice con zoccoli diversi su cui fare i miei test ad orecchio. La scelta è poi caduta sulla 6V6. E poi anche lì un bel po’ di trasformatori provati (ventidue!)

Dopo il Moby Dick...
...è arrivato il Whitehead, anche questo con soluzioni originali e studiate per non farne un clone di ampli già esistenti. È un combo da 15W con una EF86 nel preampli del primo canale, anziché una tradizionale 12AX7. Si tratta di un pentodo usato nel Vox AC15 e in alcuni altri ampli inglesi, dal suono bello grasso e molto bluesy. Sempre nel pre, ma nel secondo canale, ha una 6SJ7 (meglio la versione in metallo anziché quella in vetro), un altro pentodo usato in alcuni tweed Fender e nei vecchi Gibson.

Tornando alla scelta e alla qualità dei componenti, continui a farti fare i trasformatori d’uscita su misura?
Certo! Non li trovo sul mercato uguali a come ho deciso che debbano essere.

Che resistenze usi?
Sempre per sfatare miti consolidati, non uso certo quelle a impasto di carbone presenti nei vecchi ampli. Tendono a "sballare" nel tempo (motivo per cui alcuni ampli vintage tendono a migliorare ed altri uguali a peggiorare - in modo random - man mano che invecchiano), e sono rumorose. Io uso resistenze a film metallico a tolleranza ristretta provenienti dai depositi militari: roba all’antica, NOS, con il valore scritto sopra. Voglio che un mio ampli suoni uguale - per quanto possibile - a quando è stato costruito anche dopo qualche decennio! Certo, se resto a corto di qualche valore, monto resistenze moderne, però sempre in film metallico all’1% di tolleranza.

E i condensatori?
Qui il discorso è più complesso. Di condensatori se ne usano diversi tipi nei vari punti del circuito. Gli elettrolitici devono essere per forza nuovi: il NOS qui è bandito, ma per fortuna diversi produttori attuali (ad esempio LCR e Sprague) fanno roba ottima. Quelli di accoppiamento sono i più importanti in termini di tono. I migliori, quelli in carta e olio, sono fabbricati oggi da poche ditte che guardano per lo più al mondo dell’hi-fi e che li vendono a prezzi esorbitanti: non puoi spendere 15 euro in un condensatore (e non ne serve certo uno solo in un ampli)! Io per fortuna ho il mio "spacciatore" personale, che mi rifornisce - fino a quando rimarranno le scorte - di condensatori NOS degli anni ’40-’50 (Sprague Vitamin-Q) che, per me, sono il non plus ultra.

Tra quelli in polipropilene, alcuni tipi (ad es. gli Orange Drops o i Mallory 150) sono decantati in molti forum online specializzati. Tu che ne pensi?
Gli Orange Drops sono terribili: sembra che taglino le basse frequenze! Basta fare un test su un piccolo circuito di prova per rendersene conto. Suonano duri, sterili. I Mallory non li ho mai provati. (da quando sono nuovamente reperibili, i Mallory 150 vengono generalmente preferiti da molti rispetto agli Orange Drops, ndr).

Altri componenti critici?mobydick
Gli zoccoli delle valvole: mantengono la connessione fisica ed elettrica tra le valvole ed il circuito. In quelli meno buoni il metallo tende a cedere, o comunque a dilatarsi troppo con il calore durante l’uso, provocando cattiva conduzione e rumori di vario tipo che a volte vengono erroneamente imputati a saldature "fredde" o a cattive resistenze. Io uso zoccoli di alta qualità di marca Cincinnati, anche questi NOS!
E poi ovviamente i trasformatori. Quelli di una volta, oltre ad avere il filo di rame con sezione maggiore di quelli moderni, avevano fogli di carta sottile intercalati tra gli strati della bobina: isolamento assicurato nel tempo. In quelli moderni fatti in grande serie, oltre ad avere il filo più sottile, l’isolamento è affidato ad uno strato di vernice che, a causa dello stress termico, con il tempo tende a deteriorarsi e a creare un bel corto circuito.

C’è anche la vecchia diatriba tra circuito cablato punto-a-punto (ptp) e circuito stampato (pcb)...
Che il ptp suoni meglio del pcb è una grossa fesseria: il suono dipende dal progetto e dalla qualità dei componenti. Il punto è che un circuito stampato ha una vita limitata ad alcuni anni (magari anche 10 o 20...), mentre un circuito punto-a-punto dura teoricamente in eterno. Per non parlare della facilità di intervento in un ptp, mentre il circuito stampato è molto più delicato e "rognoso"...
In pratica si tratta di fare decisioni drastiche, di adottare una filosofia piuttosto che un’altra: vuoi costruire poche cose ma buone, affidabili, durature, che suonino bene ora e tra quarant’anni, oppure vuoi inondare il mercato con prodotti scadenti e quasi usa-e-getta, che il musicista si aspetta di usare qualche anno e poi buttare? Io preferisco la prima strada, e voglio che colui che sceglie un mio prodotto, pagandolo per quello che vale, sappia di avere fatto una scelta di qualità.

È lo scontro tra la produzione artigianale in piccola serie, costosa ma di qualità elevata, e quella industriale scelta da chi vuole qualcosa "alla buona" ed è pronto a sostituirla o buttarla dopo poco tempo...
Infatti: io potrei anche usare componenti scarsi e fare pagare di meno i miei ampli, guadagnandoci alla fine la stessa quantità di denaro. Ma non è ciò che voglio!

Torniamo agli aspetti più pratici, e all’elemento intorno al quale l’aura del mito è più forte: la valvola. La marca che usi la decidi tu (e resta poi quella), o la richiede il cliente?
Premesso che per i miei ampli uso solo valvole NOS, nei primi Moby Dick ho messo la 6V6GT Tung Sol, bellissima valvola made in USA. Poi ho avuto la possibilità di provare una 6V6G di produzione canadese dei primi anni ’50, marcata Westinghouse o Marconi, che si è rivelata eccellente: un po’ meno botta e un po’ meno headroom della TungSol, ma molto piena e armonica, con bassi e medi definiti e acuti un po’ più smussati. Di queste (al contrario di altre valvole che ho in stock limitato e che uso solo per i miei ampli), ne ho un buon rifornimento, e infatti le vendo a chi me le chiede. Negli ampli che entrano in laboratorio per manutenzione e riparazioni metto invece valvole di produzione corrente, a meno di non ricevere richieste specifiche. 6v6(Le 6V6G canadesi sono il tipo "ST", cioè quei bei valvoloni a bottiglia più grossi di una 6L6; ne ho presa una per il mio VibroChamp, e una coppia per il Deluxe Reverb reissue di Joeguitar, che appena le ha provate si è quasi commosso! ndr)

Quali sono i tempi di consegna per un ampli Orlando?
Eh, questo è un bel problema: variano secondo il lavoro che ho in laboratorio. Qui arrivano ampli, chitarre e bassi da riparare o mettere a punto, e poi costruisco altre cose; se consideri che lavoro tutto solo, i miei ampli li faccio (dal cabinet all’assemblaggio finale) per lo più di notte.

Quali altre cose costruisci?
Beh, soprattutto chitarre e ampli su ordinazione, sia cloni di modelli esistenti, sia roba totalmente nuova (mi chiedono a volte chitarre di forma strana, o fatte con materiali inusuali). A volte mi viene richiesto di ricostruire l’intero circuito stampato di qualche modello reissue: tengo i trasformatori e a volte anche i coni e rifaccio (sostituendo molti componenti) il circuito con il metodo punto-a-punto. Da un po’ sto lavorando ad alcuni prototipi di pedali per chitarra. In particolare ho in mente un fuzz, per il quale userò dei bei transistor al germanio Philips d’annata; e un wha-wha con una valvola che faccia da buffer, per evitare in modo assoluto la perdita di segnale quando il wha è disinserito e il pedale diventa un pedale-volume.

Niente chitarre Orlando?
Non ancora. Anzi, questa potrebbe essere la prima chitarra Orlando! (mi mostra un prototipo simil-strato che usa per testare i pickup). E poi anche per le mie chitarre voglio decidere io quale deve essere il loro suono: quindi voglio costruire dei pickup appositi, e ho cominciato a farmi inviare alcuni campioni di magnete per iniziare a sperimentare.

Qui la chiacchierata è finita. È stato un vero piacere scoprire il Nocive Lab, conoscere Giuseppe Orlando, la sua storia e la sua filosofia e condividere tutto questo con i lettori di Bluesguitar. Possiamo solo sperare che la produzione del Nocive Lab duri ancora a lungo per la gioia degli amanti del bel suono, e che le idee di questo baldo siciliano vadano lontano e lascino il segno.

Carlo "slidincharlie" Pipitone

Collaborazione di lusso che risale al 2002 tra il chitarrista/vocalist Tommy McCoy e il mago dell’Hammond B3 Lucky Peterson in questo disco davvero intenso che portava il blues verso altri orizzonti. Nei 15 brani inclusi in “Lay My Demons Down” i due catturarono su disco tutta la padronanza virtuosistica degli strumenti e la straordinaria vitalità ed eccitazione delle loro performances tenute in ogni parte del globo. Registrato nei leggendari Kingsnake Studios e prodotto da Rock Bottom, fu un grandissimo successo, adesso ristampato su Blues Boulevard.

Robi Zonca non è uno di primo pelo. Ha suonato la chitarra come sideman in tanti dischi di svariati artisti italiani, e per una decina d’anni è stato nella band di un bluesman americano che in Italia è di casa, ovvero Andy J. Forest. Nel 2003 si è finalmente deciso a fare la svolta solista e ha prodotto il suo primo cd, Do you know?, seguito nel 2005 da You already know e nel 2006 da Magic box. Nel 2007 Robi dà alle stampe questo ultimo sforzo dal titolo Rebel!

Bob Cillo da Bari e Marco Del Noce da Roma hanno dato vita al progetto Dirty Trainload, un duo nu-blues (?) influenzato dalle produzioni Fat Possum, dal Delta e North Mississippi Hills blues, ma anche da un manipolo di trasgressori del rock come Suicide (prima generazione di new wave sperimentale newyorkese), Gun Club e Stooges. Bob suona la chitarra e armeggia con loop e drum machine, mentre Marco canta e suona l’armonica. I due infilano qua e là percussioni e rumori vari. Rising Rust è il loro primo disco.

Michele Lotta è noto ai blues fans italiani per essere l’armonicista e cantante dei King Biscuit Time, band messinese sulle scene dal 1993 con due ottimi album all’attivo.
Garden State è il frutto dell’amicizia e collaborazione tra Michele e il musicista americano Joe Coco, realizzato tra il New Jersey e l’Italia con la partecipazione di musicisti americani e siciliani. E si tratta del sedicesimo (!) disco insieme in meno di dieci anni: una partnership più che rodata dunque!

Ho conosciuto il chitarrista J. Sintoni verso il 2002 quando aveva formato un eclettico duo acustico, Beer Soaked Gittars ed inciso in compagnia di un altro chitarrista, Mr.Banana il cd omonimo che ebbi modo di recensire in modo positivo tra l’altro anche per il sito Blues and Blues.
Ora lo ritrovo in tutt’altra veste, titolare di un trio elettrico e di un cd, The Red Suit, uscito nell’aprile 2007, autoprodotto e forte di dodici brani originali.
J.Sintoni è un musicista di Cesena trapiantato in Toscana dove si è fatto subito conoscere nella scena blues anche grazie a due partecipazioni al Festival Blues di Pistoia; ma anche a livello internazionale le sue doti di chitarrista creativo e sfaccettato sono note.

jumpin'up - buonasera signorinaPer tutti gli appassionati del Jumpin' Jive ecco a voi il nuovo CD dei Jumpin'up.

"Buonasera Signorina" è il titolo del Cd, e vuole fare onore a tutti i compositori italiani degli anni '40 e '50 che traevano la loro ispirazione dalla musica americana e diedero le basi allo swing italiano. La playlist è fatta da classici americani ed italiani.


“KUSIWAN” nuovo cd del chitarrista argentino Gabriel Delta e i fidi Hurricanes, insieme a suo fratello di sangue e musica il batterista Fernando “Conejo” Trombetta ed al bassista Andrea Garavelli. Registrato interamente a Vercelli presso lo studio “KMP” di Paolo Baltaro il qualle ha contribuito con le sue tastiere alle registrazioni. Il mastering del disco è stato fatto presso lo studio Andres Mayo MASTERING&DVD, a cura di Fabian Prado e Andres Mayo in Buenos Aires-Argentina.

Roberto Testini, per il suo progetto musicale Caffé Espresso - blues latino made in Italy, si aggiudica l’OSCAR DEL MEDITERRANEO 2007
Gran Premio Internazionale al Merito delle Attività Artistiche, Musicali e Culturali, ”premio attribuito a insigni personalità del mondo artistico e culturale che, con la loro opera, hanno contribuito allo sviluppo economico e sociale del nostro Paese e all’accrescimento della cultura artistica italiana all’estero”.
Il cd Caffè Espresso è stato trasmesso da oltre 100 emittenti radiofoniche americane, oltre che in Australia, Francia, Germania, Danimarca e Italia. Un altro premio per questo cd che si aggiunge al PREMIO SIAE 2004 come miglior progetto musicale dell’anno “per la ricercatezza e le energiche sonorità che fanno del progetto Caffé Espresso un prodotto dalle ottime qualità espressive”.

bennici_1Gai Bennici è un chitarrista agrigentino sulla scena musicale dalla fine degli anni '80: sicuramente una delle carriere più longeve nell'ambito del rock-blues siciliano. Assestatosi sulla formula del trio (i suoi accompagnatori sono Alberto Parla al basso e Angelo Spataro alla batteria), Bennici propone un rock con salde radici nel blues, collocandosi chiaramente nel solco della tradizione che da Jimi Hendrix porta a SRV ma mostrando un tocco e un approccio alla materia decisamente personale.

Abbiamo gia' parlato di Angelo Rossi e del suo blues . Conferma di quanto avevamo dedotto dai due precedenti lavori e dalle recensioni sulle riviste specializzate l'abbiamo avuta lo scorso luglio al Festival di Capo d'Orlando, dove abbiamo potuto rilevare come lo sguardo di Angelo Rossi sia attualmente rivolto verso le North Mississippi Hills, a meta' strada tra il country shack di Fred McDowell e quello di R.L. Burnside. Adesso Angelo viene fuori finalmente con un disco di brani originali (piu' una cover), dimostrando di avere davvero trovato la sua via personale al blues. Talmente personale che, ascoltando le undici tracce, non vengono facilmente in mente riferimenti precisi ad altri musicisti per descrivere la sua musica. L'unico riferimento certo e' il Mississippi, le sue pianure polverose, il suo caldo, i quartieri periferici desolati delle sue citta'. Ma che si tratti di BLUES (anche in assenza, spesso, delle classiche dodici battute) non c'e' alcun dubbio.

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